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Certificati verdi: a che punto siamo?
L'approvazione del Dl 78/2010, che ha già provocato la caduta degli scambi gestiti dal Gme, mette a rischio Cv e impianti.Martedì 22 giugno - La misura introdotta attraverso la manovra finanziaria 2010, abrogare l'obbligo del ritiro dell'invenduto, a prezzi amministrati, da parte del Gestore dei servizi energetici (art.45), aveva sin da subito creato preoccupazione e scompiglio.
Ma forse, non è ancora detta l'ultima parola sui cosiddetti certificati verdi (Cv). Infatti la Commissione Ambiente del Senato, anche a seguito del parere favorevole del Ministro dell'Ambiente, ha chiesto di rivedere l'articolo 45 del Dl 78/2010 che troppo incide sul meccanismo dei certificati verdi per le fonti di energia rinnovabile.
Conseguenze
L'abolizione dell'obbligo di riacquisto non ha mancato di sollevare molti dubbi, in primis tra gli operatori italiani della green economy, che hanno denunciato, tra i tanti, anche il pericolo di perdere molti "green job" del settore delle rinnovabili, garantiti anche dalla "clausola di salvezza" del riacquisto dei certificati verdi.
Effetti dell'art.45
Nel frattempo però l'art.45 è legge e sono diversi gli effetti che sta avendo sul mercato del Cv. Primo tra tutti il semicongelamento degli scambi di certificati verdi gestiti dal Gestore dei mercati energetici (Gme) ogni mercoledì. Nelle giornate successive all'emanazione del decreto (1 e 9 giugno) sono stati, rispettivamente, 3.386 e 1.886 i Cv compravenduti, contro una media nel periodo novembre 2009 - maggio 2010 di 52.635 certificati a seduta. Non solo: in attesa di istruzioni del Governo, è possibile che il Gse blocchi il rimborso annuale chiesto a marzo dagli operatori dei Cv, che dovrebbe avvenire a giugno. Si tratta di cifre importanti: nel 2009, secondo i dati resi noti dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas, la spesa per coprire l'invenduto era stata pari a circa 600 milioni di euro.
Impianti superiori a 1 MW di potenza
Se il testo dell'articolo dovesse essere confermato senza modifiche, per le fonti rinnovabili che producono energia elettrica diversa dal fotovoltaico e di taglia superiore a 1 MW di potenza sarebbe la fine. La normativa sui certificati verdi, infatti, prevede che tutte le imprese produttrici di elettricità abbiano una quota obbligatoria di produzione di energia da fonti rinnovabili pari al 6%. Quota che si può raggiungere sia con produzione propria, sia acquistando i certificati verdi dai produttori terzi.
In questo modo la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili era in ogni caso incentivata e finanziata garantendo, comunque, un margine di redditività alle aziende "verdi" che, se anche non fossero riuscite a collocare sul mercato tutti i certificati, avrebbero potuto contare sul riacquisto dei certificati in eccesso da parte del Gse nazionale. Un riacquisto finanziato attraverso un'apposita tariffa in bolletta.
Rapporto domanda-offerta
Il meccanismo appena descritto ha funzionato per alcuni anni, dopo di che il trend si è capovolto a causa dell'aumento delle importazioni di energia da fonti rinnovabili di altri paesi, dell'insufficiente adeguamento da parte del governo della percentuale d'obbligo e del boom di nuovi impianti di energia pulita in Italia. Risultato: offerta sovrabbondante e prezzo in calo. Oggi il rapporto tra domanda e offerta è di circa 8 a 15; ciò significa che l'invenduto è pari a quasi la metà dei certificati emessi. Qualora tale rapporto ripiombasse sul mercato, la prospettiva sarebbe, secondo alcuni, il dimezzamento del valore dei Cv (attualmente pari, per il ritiro dell'eccesso, a 88,91 euro a MW).
Anev: incrementare la quota d'obbligo
Da una simulazione matematica svolta da Anev (Associazione produttori di energia da fonti rinnovabili), è infine risultato che per riportare l'equilibrio tra domanda e offerta servirebbe fino al 2011 un incremento della quota d'obbligo pari a 2,75% per gli anni 2011, 2012 e 2013 e poi di almeno dell'1,5% fino al 2020 (con una media per il periodo dell'1,88% annuo). Il tutto al fine di allungare la validità del Cv ad almeno 5 anni e restasse l'obbligo del ritiro dell'eccesso di offerta da parte del Gse.
Misure ipotizzate
Tra le misure ipotizzate, avrebbe grande rilievo soprattutto la semplificazione delle autorizzazioni per le fonti con il varo delle Linee guida sull'installazione delle fonti rinnovabili perché, in questo modo, si metterebbe fine al disordine delle norme regionali, su cui anche la Corte costituzionale sta intervenendo a colpi di abrogazione. Ci sarebbe poi la possibilità di porre fine o limitare alcune esenzioni alle quote d'obbligo (per esempio quella sulle importazioni di energia o quella sulla franchigia di 100 GW). Infine, avrebbe anche senso, secondo l'Associazione, la riduzione di alcuni incentivi, forse troppo generosi, per certi tipi di tecnologie.
Un po' di storia
I certificati verdi sono titoli, introdotti con la liberalizzazione del settore elettrico, scambiabili sul mercato attraverso contrattazioni bilaterali e compravendite centralizzate sulle apposite piattaforme. I Cv sono riconosciuti ai produttori da fonti rinnovabili in funzione dell’energia elettrica prodotta e della tipologia dell’intervento progettuale effettuato (nuovi impianti, riattivazioni, potenziamenti, rifacimenti e impianti ibridi). Il D.lgs. 79/1999 ha introdotto l’obbligo a carico dei produttori e degli importatori di energia elettrica da fonti convenzionali di immettere in rete un quantitativo minimo di elettricità da fonti rinnovabili; tale obbligo può essere assolto o mediante l’immissione in rete della quantità di elettricità da fonti rinnovabili richiesta o acquistando certificati verdi comprovanti la produzione dell’equivalente quota. Si sono creati quindi i presupposti per la nascita di un mercato, in cui la domanda è data dai soggetti sottoposti all’obbligo e l’offerta è costituita dai produttori di elettricità con impianti aventi diritto ai certificati verdi. All’inizio del sistema era stata introdotta anche una relativa concorrenza tra le diverse fonti rinnovabili mettendo l’accento sul principio di efficienza piuttosto che su quello di efficacia.
Con la Finanziaria per il 2008, il sistema dei certificati verdi è stato rivisto con l’introduzione di coefficienti moltiplicativi differenziati per le varie fonti rinnovabili e con l’aumento del periodo incentivante previsto, portandolo da 12 a 15 anni, privilegiando in qualche misura il principio di efficacia per il raggiungimento degli obiettivi.
Per non fare confusione
I Cv differiscono dalla tariffa onnicomprensiva, un regime di sostegno basato sull’erogazione di una tariffa fissa riconosciuta agli impianti da fonti rinnovabili in funzione dell’energia elettrica immessa in rete (feed in tariff). Tale tariffa è applicabile ai soli impianti di potenza inferiore a 1 MW (200 kW per l’eolico) e include sia l’incentivo sia la remunerazione per l’energia immessa in rete.
Anche la tariffa onnicomprensiva è differenziata in funzione della tecnologia ed è riconosciuta per un periodo di 15 anni. Tale regime ben si attaglia per le piccole produzioni da fonti rinnovabili diffuse sul territorio a tutela dei piccoli produttori, che diversamente non riuscirebbero a trarre vantaggio da meccanismi più complessi come appunto i certificati verdi, ovvero per le tecnologie di produzione
meno mature.
Fonte: www.casaeclima.com
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