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Rinnovabili in Italia a serio rischio con questa manovra finanziaria.
Il Gestore dei servizi energetici non è più obbligato al ritiro dell'energia verde prodotta in eccesso.
Le biomasse sono quelle più esposte.
MILANO 24 giugno 2010 - Il futuro delle energie rinnovabili in Italia? «Un settore che rischia di essere condannato a morte dalla manovra finanziaria». La denuncia, senza mezzi termini, viene dall'Aper (Associazione produttori di energia da fonti rinnovabili), che conta fra i suoi iscritti oltre 460 aziende che gestiscono più di 1.100 impianti sparsi in tutta Italia. Si tratta di centrali che producono energia basandosi solo sulla forza del vento, dell'acqua, dei ragggi solari e delle biomasse. Il problema è che la metà del fatturato di queste società si basa sulla vendita di quelli che in gergo si chiamano i «certificati verdi», ossia di una certa quantità di energia prodotta con fonti rinnovabili, alle aziende che invece la ottengono con fonti tradizionali (come il carbone o il metano). I certificati invenduti fino a oggi erano ritirati, per legge, e al prezzo medio degli ultimi tre anni, dal Gestore dei servizi energetici (Gse). Un modello finanziario che la manovra è destinata a ribaltare, con effetto immediato. Il peso? Grave per le imprese, ma anche per tutta la società, perché l'utilizzo dell'energia pulita è uno dei modi (insieme alla riduzione dei consumi) per limitare le emissioni di carbonio nell'atmosfera, tra i principali responsabili del cambiamento climatico.
UN NUOVO CANONE E INCENTIVI TAGLIATI - Sotto accusa ci sono due articoli contenuti nella manovra finanziaria: il numero 15 e il 45. Il primo impone agli impianti idroelettrici di grande derivazione un nuovo canone, e quindi nuovi costi. Il secondo, invece, taglia nettamente gli introiti alle imprese perché esonera il Gse dall'obbligo di ritirare i certificati verdi in eccesso. Cosa succederà? Essendoci troppa offerta rispetto alla domanda, secondo l'Aper «circa la metà dei certificati verdi in circolazione non troverà più collocazione sul mercato». Secondo quanto denunciato la settimana scorsa in un'audizione alla commissione ambiente del Senato, ciò rischia di provocare il default finanziario delle società attive nel campo delle rinnovabili. Le più a rischio? Quelle che utilizzano le biomasse, che devono anche affrontare il costo della materia prima. Se l'articolo non viene emendato, le imprese non riuscirebbero più a ripagare i mutui contratti per realizzare gli impianti (per questo anche l'Abi e altre associazioni di istituti bancari hanno espresso riserve sull'operazione). «Ammonta a almeno 15 miliardi di euro il debito irrecuperabile una volta tagliati gli introiti del 50 per cento», spiegano da Aper.
«TROPPA» ENERGIA PULITA? - Ma perché il mercato è squilibrato? Il problema è che viene prodotta più energia verde di quanta possa essere ritirata dai soggetti che la producono, invece, in modo tradizionale. Ciò non significa che l'energia verde non sia consumata, anzi, per legge queste quote sono le prime a dover essere distribuite e comunque la domanda di energia in generale è in continuo aumento. La questione invece è che ogni produttore o importatore (anche chi opera con le materie fossili) per legge deve immettere in rete un quantitativo di energia rinnovabile pari al 5,3% (quantità fissata per il 2010) delle proprie produzioni o importazioni. Se non la produce, può acquistarla dai produttori «verdi». Dal 2007, però, il mercato è fortemente squilibrato, con un eccesso di offerta e il ritiro da parte del Gse lo bilanciava. «Questa manovra sopprime il principale strumento di sostegno alle imprese e rende impossibile il raggiungimento degli obiettivi fissati dall'Unione Europea», spiega Marco Pigni, direttore di Aper. «Noi siamo favorevoli a una riforma del sistema delle energie rinnovabili, attenta e ragionata, questo è invece un provvedimento estemporaneo». Tra le soluzioni alternative, l'Aper suggerisce di aumentare la quota in carico ai produttori tradizionali o abbandonate il certificato verde, per passare a tariffe amministrate, un po' come l'incentivo per il fotovoltaico, cioè il «Conto energia». «Ma è importante anche che i mercati delle rinnovabili non siano basati solo sugli incentivi, ma su reali necessità», aggiunge invece Vincenzo Scotti, direttore della Fondazione ambiente pulito. «La sfida è di raggiungere il consumatore e coinvolgerlo in una scelta responsabile». Inoltre, un mercato basato sugli incentivi fa gola anche alle associazioni criminali, come già dimostrato da alcune recenti inchieste.
ITALIA, ESEMPIO PER I «GRANDI» –«È importante che l'Italia non rinunci alle rinnovabili, ma se non si coinvolgono Paesi come gli Stati Uniti, la Cina e l'India non si riuscirà a contenere le emissioni di carbonio a livelli accettabili», ha spiegato Andrea Bigano (primo ricercatore alla Fondazione Eni Enrico Mattei) a Milano, in un congresso organizzato dalla rivista BioEcoGeo. «Il peso dell'Italia e dell'Ue sta proprio nel dare il buon esempio a queste nazioni. Occorre negoziare una soluzione condivisa, tanto più che Paesi affamati di energia trovano interessante il mercato delle rinnovabili», . La Cina, ad esempio, è la nazione che nel 2009 ha investito più di ogni altra al mondo nel campo eolico e idroelettrico. «Il problema è però che la Cina resterà legata alla produzione di energia con combustibile fossile per ancora molti anni: possiedono centrali da 500 megawatt a settimana che saranno attive per almeno altri quarant'anni», sottolinea Bigano. «È importante quindi anche che il metodo del sequestro del carbonio (tecnica per cui l'anidride carbonica prodotta durante la combustione viene «catturata» e stoccata nel sottosuolo, negli spazi da cui si è, appunto, estratto il carbone o il metano da bruciare ndr) diventi più competitivo nei costi».
IL PERICOLO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO – «La CO2, il cuore dei problemi del cambiamento del clima, è un elemento molto stabile e resta a lungo nell'atmosfera. Se oggi noi andiamo in giro con l'automobile, tra mille anni ritroveremo nell'atmosfera ancora un quinto delle nostre emissioni», sintetizza Stefano Caserini, docente del Politecnico. «I danni che noi stiamo causando non li vedremo o ne vivremo pochi, li vivranno i nostri nipoti, ma proprio per questo provare a cambiare, puntando sulle energie rinnovabili, è una grande questione etica». Se poi i motivi etici o ambientali non bastano, ci sono i vantaggi economici e geopolitici: «Ad esempio il non dover più importare gas dai Paesi dell'Est. La crisi mondiale ha rallentato le emissioni, sarebbe quindi il momento opportuno per ripensare il nostro sistema energetico, per stendere una strategia e preparare un piano per l'adattamento al cambiamento climatico», continua Caserini. «Senza contare il rispetto degli impegni già presi. Ci si dimentica che tutti i Paesi, compresa l'Italia, hanno approvato all'unanimità il pacchetto clima energia dell'Unione europea, così come l'intesa al G8 dell'Aquila, in cui l'Italia si è impegnata insieme ad altri Stati (esclusi al momento Cina e India) a ridurre dell'80% le proprie emissioni entro il 2050».
Giovanna Maria Fagnani, Corriere.it
24 giugno 2010
fonte www.corriere.it
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